Cosa succede quando decidi di partire per un weekend con Stefano Lunardi? Succede che ti ritrovi a vivere un’avventura pazzesca, guidata non da un navigatore satellitare, ma da un amico buongustaio, cultore del buon vino e dell’ottimo formaggio.
E’ così che abbiamo conosciuto da vicino le eccellenze di una delle famiglie più importanti d’Italia nel settore del biogas e dell'innovazione energetica, capace però di accoglierti con l'umiltà e la genuinità di altri tempi.
Benvenuti nel diario di bordo del nostro weekend firmato Cella Grande. Cinque tappe, due regioni, un’infinità di volti. Ma soprattutto, una grande storia di terra, origini e famiglia: la famiglia Bagnod.
Orta San Giulio: dalla montagna al lago


Dopo una passeggiata nel delizioso borgo lacustre di Orta San Giulio ci siamo diretti in una bottega dove abbiamo incontrato la prima sfaccettatura di Cella Grande: un concentrato di quello che l’azienda Bagnod propone nel suo percorso “dalla montagna al lago”.
Davanti a una plancia di salumi e formaggi d’alpeggio e a un calice di vino (forse due) di Francigeno vino spumante metodo Charmat, Lorenzo ci ha raccontato con passione vera, quasi istituzionale, il senso profondo del territorio. È stato un primo assaggio di quello che ci aspettava: un racconto fatto di fatiche, sapori e accoglienza schietta.
Arona: il Piroscafo Lombardia
Da Orta, ci siamo spinti verso il Lago Maggiore, ad Arona. Ed è qui che la famiglia Bagnod ridefinisce il concetto di "fare impresa", dimostrando cosa significhi investire rispettando la storia.
Siamo saliti a bordo del Piroscafo Lombardia, un’ex ammiraglia della flotta del Verbano, in servizio dal 1909, lunga ben 52 metri e con la possibilità di accogliere fino a 700 passeggeri. Sopravvissuto alla seconda guerra mondiale e ritirato dal servizio nel 1958, questo gigante d’epoca rischiava di perdersi nel tempo. Oggi, grazie a un attento restauro conservativo, è stato trasformato in un tempio del gusto e dell'ospitalità sospeso sull'acqua.
Mangiare tra gli ottoni lucidi e i legni antichi ti fa sentire dentro un'altra epoca. La cucina offre un’esperienza culinaria unica a km 0, dove il menu unisce l’anima del lago con quella della terra, valorizzando le materie prime di produzione propria della famiglia e i vini di Cella Grande.




Noi abbiamo scelto un antipasto di mare, il baccalà mantecato, e un bis di vitello tonnato vecchia maniera e insalata russa con tonno, poi carne cruda con crema di tomino e nocciole e abbiamo concluso con un tiramisù della tradizione. Il tutto accompagnato dai vini consigliati da Ezekiel, due ottimi rosé, il Francigeno rosé (il nostro preferito) e il Rosé, vino rosato, per concludere con Ardorem, un erbaluce passito.
Ma il Lombardia non è solo un ristorante: è anche un hotel intimo e unico. Dispone di sole 5 camere da poco restaurate (alcune dotate di jacuzzi sul balconcino esterno e sauna privata), pensate per un relax assoluto e profondo, dove il fascino della navigazione d’altri tempi incontra il comfort contemporaneo.


Cella Grande a Viverone: il rito della trottola
Lasciata Arona, la rotta ci ha portati a Viverone, tra le mura millenarie di Cella Grande, un ex monastero dell'anno mille trasformato in un'oasi di pace e benessere, circondato dai filari di Erbaluce.
Dopo un momento di relax nella piscina con vista sulle vigne, abbiamo visitato le cantine. Qui la produzione si concentra sui vini bianchi, in particolare sull’Erbaluce di Caluso DOCG, senza dimenticare rossi d'eccellenza e vitigni autoctoni come il Carema DOC, il Canavese Nebbiolo e la Barbera.
Riccardo ci guida in una degustazione, quasi una piccola verticale di Erbaluce, all’interno della suggestiva chiesetta sconsacrata di San Michele. Assaggiamo il San Michele, il San Genuario, lasciato riposare per 24 mesi, e il Piroga del Monastero che svolge il processo macerativo nelle acque del Lago di Viverone.



Prima, però, sul grande tavolo della chiesetta è comparsa una piccola trottola di legno. È qui che abbiamo vissuto il momento più simbolico di tutto il weekend.
A Cella Grande c'è questo rito: far girare la trottola sul tavolo prima di bere. In quel preciso istante ho capito il filo conduttore di tutta la galassia Bagnod. La trottola, per rimanere in piedi e trovare il suo equilibrio, deve muoversi e girare. Se si ferma, cade. Ma mentre gira, si muove sempre intorno a un unico punto fisso: il suo centro.
La famiglia Bagnod è esattamente così: una realtà imprenditoriale immensa, la prima a livello nazionale per la produzione del biogas, che continua a muoversi, innovare e viaggiare. Eppure, lo fa restando millimetricamente salda sul suo centro: la terra, le origini, il rispetto del tempo e del lavoro.



Quella sera abbiamo cenato e parlato a lungo con il signor Bagnod e sua moglie. Persone abituate ad ambienti di altissimo livello, eppure incredibilmente alla mano, animate da un amore viscerale per le proprie radici e dal bisogno di trasmettere una filosofia vera, che va ben oltre i numeri.
La Tchavana: il ritorno alle origini
La mattina dopo il movimento della trottola ci ha riportati a casa, nella nostra Valle d'Aosta.
Ci siamo arrampicati fino ai pascoli di La Tchavana (che in patois valdostano significa proprio fabbricato rurale dell’alpeggio), all'Alpe Metsan, a 2.000 metri di altitudine nella Val d'Ayas, con lo sguardo rivolto al Monte Rosa.




Qui le parole hanno lasciato spazio ai volti e alle storie umane. Abbiamo incontrato Romina Bagnod, esempio straordinario di donna forte e determinata che porta avanti la visione di famiglia; Luca, che ci ha guidati nei sapori; Lio, il casaro custode di gesti antichi; e Marghe, che lavora qui da ben 22 anni — la prova vivente di come questa azienda tratti i propri collaboratori come parte della famiglia.
Stefano ha organizzato per noi un picnic pazzesco circondati dalle montagne. Abbiamo assaggiato i formaggi nati a pochissimi metri da noi: la Fontina DOP d’alpeggio, il Gran Gessato d’Ayas, il Neige de Brebis e un Bon Bleu dall'erborinatura indescrivibile. Il tutto accompagnato dal vino Memore Cella Grande, dal bel colore rosso rubino e un profumo che sa di ciliegia e frutti di bosco, perché era, intrinsecamente, un momento da ricordare.



Luca ci ha fatto riscoprire la Brossa, un piatto della tradizione che sta scomparendo, si mangiava una volta sola in alpeggio, se capitava, ed era una festa perché quel giorno non si sarebbe prodotto il burro e non ce lo si poteva permettere spesso.
E poi il contrasto perfetto della tradizione reinterpretata: il gelato mantecato fresco (tra cui lo squisito gusto zabaione con passito e paste di meliga) e il cannolo d'alpeggio con ricotta di pecora a ridotto contenuto di zuccheri, impreziosito da castagne al miele e cialda croccante che arriva da Bronte, in Sicilia.
Questo è un posto dove si deve tornare e tornare, un nuovo posto del cuore per noi!



I vigneti eroici di Carema
Infine, l'ultimo giro di trottola si è compiuto tra i vigneti eroici di Carema.
Vedere i filari strappati alla roccia, dove l'uomo deve spaccare la pietra per piantare la vite e costruire i famosi pilastri in pietra dei pergolati, ti fa capire quanta fatica ci sia dietro un singolo calice di vino.
Lì, sospesi tra la roccia e il cielo, abbiamo fatto il nostro ultimo brindisi: a noi, all’amicizia e ai bei momenti passati insieme in questo weekend.



Il nostro "centro": cosa ci portiamo a casa
Questo viaggio non è stato un semplice spostarsi da un posto all'altro per fare delle belle foto. È stato un movimento circolare, proprio come quello della trottola: ci siamo spostati sul territorio (il movimento) per ritornare costantemente all'essenziale (il centro: le origini, la terra, la famiglia).
Siamo partiti dalla quiete del lago, abbiamo assecondato il flusso dell'acqua sul piroscafo, abbiamo trovato l'equilibrio nel silenzio del monastero, abbiamo toccato la fatica della pietra a Carema e siamo tornati alla sorgente, in alpeggio in Valle d’Aosta.
Cinque tappe, due regioni, un'infinità di volti. Ma un unico, indissolubile punto fermo: l'amore per le origini, il rispetto della terra e la certezza che non importa quanto lontano giri la trottola… il suo cuore saprà sempre dove tornare.

